Intervista al regista Luca Vullo

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Data: 2016-05-20

Alla sala della Missione Cattolica Italiana, ospite dell’Associazione Italia Altrove Francoforte

IL REGISTA SICILIANO LUCA VULLO PRESENTA A FRANCOFORTE

I SUOI DOCUMENTARI SULL’EMIGRAZIONE DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO

Intervista a cura di Italia Altrove Francoforte

 

 

 

Emigrazione italiana all’estero: è questo un argomento tornato prepotentemente di attualità negli ultimi anni. Sono soprattutto i giovani, moltissimi giovani a lasciare oggi il Bel Paese, un’Italia con un altissimo tasso di disoccupazione per le classi d’età con meno di quarant’anni e con limitate opportunità di lavoro per le nuove generazioni: tanto per chi ha lasciato precocemente la scuola quanto per chi ha raggiunto una qualifica professionale o perfino i più alti livelli degli studi.

Si ripete così un fenomeno che, come una ricorrenza storica ineludibile, ha interessato massicciamente le generazioni dei nostri nonni, nei primi decenni del secolo scorso, le generazioni dei nostri genitori, dopo la tragedia della seconda guerra mondiale e che riguarda ora i nostri figli. Non è perciò strano che un regista sensibile e attento come Luca Vullo, che già si è distinto nelle università di molti paesi come bravo comunicatore e testimone della storia e della cultura italiana nel mondo, abbia deciso di analizzare questo fenomeno nelle sue più recenti opere documentaristiche.

Due di questi documentari sono stati presentati venerdì 20 maggio a Francoforte, alla sala della “Missione Cattolica Italiana”, grazie all’invito rivolto al regista dall’Associazione “Italia Altrove Francoforte”.

“Dallo zolfo al carbone”, il primo film proiettato, è il racconto di una interessante pagina dell’emigrazione italiana del secondo dopoguerra: precisamente di come, negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, venissero reclutati gli italiani destinati a lavorare nelle miniere del Belgio. Dalla viva voce dei protagonisti di allora, ormai anziani, i ricordi, i drammi, le consolazioni di una condizione di lavoro e di vita durissima, affrontata con coraggio, rassegnazione e speranza.

Il secondo documentario di Luca Vullo, “Influx”, racconta invece uno scenario più recente, quello degli italiani emigrati a Londra negli ultimi anni ed affronta, con un taglio attento anche ai risvolti psicologici dei protagonisti, un mondo ancora tutto da capire e da scoprire. Con questo filmato il regista ha partecipato allo Short Film Corner del Festival di Cannes 2015.

Approfittiamo della presenza di Luca Vullo a Francoforte per parlare con lui di questi suoi lavori.

Quando ti sei accorto che il tema dell’emigrazione degli italiani all’estero meritava di essere al centro dei tuoi interessi sociali e artistici?

Ho cominciato ad interessarmi al fenomeno dell’emigrazione quando mi sono accorto che nella mia terra, Caltanissetta, e in diverse province della Sicilia c’erano tanti paesi vuoti, o con pochissimi cittadini, perché la maggior parte aveva abbandonato la propria terra per approdare a luoghi diversi. Uno dei luoghi prescelti era stato il Belgio. Così cominciai ad incuriosirmi e a cercare di scoprire le ragioni storiche di questo spostamento di massa. Feci delle ricerche e trovai alcuni documenti, anche ufficiali, relativi ai patti tra Italia e Belgio, che mi fecero capire come gli italiani furono “spediti” in massa in quel Paese per lavorare nelle miniere di carbone “in cambio di carbone”. E’ nata lì l’idea di ricostruire quella vicenda, intervistando oggi i protagonisti di allora. Ed è nato così il mio film “Dallo zolfo al carbone”. Per altro, noi siamo un popolo migrante, lo siamo da tantissimo tempo, lo siamo sempre stati: dall’America, all’Australia, ai Paesi dell’America latina; e poi in Europa, in tutti i paesi d’Europa: Germania, Francia, Belgio, Inghilterra. Quindi credo che sia un tema che ci tocca un po’ tutti, perché ognuno di noi ha almeno un parente emigrato, o è lui stesso emigrato. Ora il cerchio si è chiuso, con il mio nuovo film “Influx”, perché adesso sono anche io un migrante, ufficialmente: la mia nuova residenza è in Inghilterra, a Londra; non sono più residente in Italia e mi sono accorto anche di persona di quanti siamo, di quanti italiani vivono all’estero. Credo che questo sia un argomento importantissimo, per tutti noi, per chi è partito ma anche per chi rimane, per capire il fenomeno, per comprendere che cosa succede nel mondo, compresa la nuova emigrazione verso l’Europa di tanti popoli lontani, in fuga dalla miseria e dalla guerra.

I minatori, ormai anziani, che hai intervistato in Belgio hanno incontrato, lasciando l’Italia, condizioni di lavoro e di vita drammatiche, specialmente nei primi anni del dopoguerra. Ce ne puoi parlare?

Queste persone hanno fatto un doppio sacrificio: si sono spostate, come un tuffo nel buio, in un luogo che non conoscevano, senza parlare la lingua del posto e hanno lavorato in condizioni disumane. Molti di loro sono morti precocemente di silicosi o per problemi respiratori, molti sono rimasti vittima delle frequenti tragedie minerarie. Il peso di quella vita è stato devastante a livello umano e gestito sempre in condizioni precarie di sicurezza. Però quei minatori hanno raggiunto alcuni obiettivi: prima di tutto uno stipendio; poi, con il tempo, una casa; hanno cresciuto i loro figli in un Paese che ha permesso loro di fare carriera. E questo rispetto alla Sicilia era comunque meglio: lo stipendio era fisso, ti arrivava ogni mese, a volte “la quindicina”, come diceva la moglie di un minatore che ho intervistato, cioè ogni due settimane, mentre in Sicilia tutto era gestito dai proprietari delle miniere: i pagamenti potevano essere posticipati, si chiedevano favori sessuali familiari o di altro genere per essere ammessi a lavorare alla miniera; insomma c’era un’atmosfera molto più feroce e “animale” rispetto a quella del Belgio, che comunque risultava essere più civile.

C’è qualche persona o situazione particolare che ti ha particolarmente colpito mentre giravi il documentario?

Sì, sono quelle persone di cui ho parlato anche in occasione della proiezione qui a Francoforte. Una di sicuro è quella del minatore che mi ha svelato la presenza, a volte, di un tabù tra genitori e figli, una sorta di remora a parlare della propria esperienza drammatica. E’ come se il genitore dicesse ai figli: ”Ok, io ho vissuto un’esperienza difficile, anche terribile, però adesso stiamo bene, voi state crescendo bene, avete il vostro lavoro, siete integrati nella città in cui viviamo, quindi… perché vi devo raccontare queste cose?” E’ come se in qualche modo avesse voluto mettere da parte la  sua vera vita, per proteggere i figli da questo racconto drammatico. Questa concezione, questo  valore della famiglia mi ha sempre colpito, come se avessi riscoperto in modo ancora più forte alcuni valori della mia terra, della nostra terra, proprio all’estero.

Dalle interviste emerge questa sensazione, un po’ triste, di “straniazione”: molti emigrati, oggi anziani, non si sentono più italiani e nello stesso tempo non si sentono neppure cittadini belgi. Non deve essere facile questa mancanza di un’identità nazionale. E’ come sentirsi stranieri dovunque ci si trovi…

Questa condizione psicologica io la sto vedendo e riscontrando in tutti i paesi del modo dove ci sono emigrati italiani, ma in generale credo che valga per tutti gli emigrati, di qualunque nazione, o almeno per molti se non per tutti. E questo perché un emigrato che vive in un altro Paese per tanti anni si adegua a un sistema diverso di pensiero, di società, di educazione. Così, quando ritorna “a casa”, da un lato sente certamente il piacere del ritorno, ripercorre molti ricordi, perché in Italia è nato e cresciuto… ma dopo pochi giorni inizia un senso di disagio, perché riemergono nel pensiero tutte quelle cose che lo hanno fatto soffrire e lo hanno spinto ad andar via. Sente che non riuscirebbe più, o forse solo con difficoltà, a vivere lì, anche se l’idea di tornare continua a piacere.

D’altro canto, per gli amici o i conoscenti tu sei ormai diventato “lo straniero”; a volte vieni percepito perfino come quello che ha “scelto la via più facile”. E’ interessante questa discussione che a volte si apre: se sia maggiore il coraggio di chi resta e continua a lottare cercando di migliorare e valorizzare il proprio territorio o il coraggio di chi non sopporta più quella situazione e decide di andar via, mettendosi in gioco completamente, rischiando tutto per inserirsi in un sistema completamente diverso, e magari ce la fa.

Quasi tutti i minatori italiani e le loro famiglie sono rimaste in Belgio anche dopo aver raggiunto l’età della pensione. Come giustificano questa loro scelta? Perché non sono tornati in Italia?

Non sono tornati in Italia perché, dopo tanti anni vissuti all’estero, i genitori sono morti,i parenti non ci sono più, gli amici sono spesso andati via. Se torni, torni solo per il desiderio di rivivere quei posti dove sei nato, dove sei cresciuto, con un po’ di malinconia e di nostalgia, ma tutto il resto lo hai costruito da un’altra parte: la casa, gli amici… il tuo “giardino privato”. Quindi, a quel punto, quando sei ormai un po’ anziano o vecchio,non te la senti più di buttarti all’avventura e tornare in un posto in cui non ti conosce più nessuno.

La solitudine è quella che spaventa più di tutto, perché i figli sono nell’altro Paese, i nipotini anche e, quindi, diventa tutto più complicato.

Ma davvero i figli e i nipoti degli italiani immigrati nel secondo dopoguerra nei diversi paesi europei, in Belgio, ma non solo… anche in Germania, in Francia, in Svizzera, sono oggi integrati a tutti gli effetti nella società in cui vivono?

Secondo me sì, perché in genere nascono con la consapevolezza di avere nel sangue un po’ di sangue italiano, però comunque si sentono tedeschi se sono nati in Germania, si sentono inglesi se sono nati in Inghilterra.

Sono differenti, devo dire, gli “americani”. Gli Italo-americani mi hanno sempre stupito perché, nella maggioranza dei casi, anche se sono nati in America e hanno vissuto sempre in America, quando li incontri ti dicono con orgoglio che sono italiani.

Parliamo ora del tuo nuovo film “INFLUX”, nel quale analizzi il nuovo fenomeno migratorio, quello che riguarda i giovani d’oggi. Tu hai incontrato molti ragazzi Italiani a Londra; sono partiti… alla ricerca di che cosa? Soltanto di occasioni di lavoro?

Sicuramente il lavoro è uno dei motivi principali di questa nuova emigrazione. Pensiamo soltanto ai tanti laureati: al termine degli studi si prospettano per loro soltanto anni di praticantato gratuito, di volontariato gratuito per poter accedere al mondo del lavoro; in molti casi arrivano ad avere trenta o più anni senza aver mai  lavorato, senza avere mai avuto uno stipendio. E’ frustrante.

Così molti partono per “frustrazione professionale”, per cercare una soluzione, a volte anche reinventandosi completamente. Anch’io sono uno di quelli. Io me ne sono andato perché stavo soffocando. In Italia bisogna muoversi dentro a un sistema che non guarda affatto alle tue capacità; spesso, per fare qualunque cosa non è fondamentale quello che sai fare, ma chi conosci. Questo sistema ti distrugge dopo un po’, è veramente logorante. E’ completamente l’opposto di quello che succede in  Germania, in Inghilterra. Ci sono Paesi in cui interessa ancora ciò che sai fare, indipendentemente da chi sei, da dove provieni.

Così, oggi dall’Italia emigra di tutto. Non è una fuga di cervelli, è un’emigrazione di famiglia, un’emigrazione di liberi professionisti, è un’emigrazione indifferenziata: parte chiunque, chiunque soffre in Italia e non ce la fa più a sopravvivere e a sottostare a quel sistema.

Le differenze tra questa emigrazione giovanile odierna e quella sempre giovanile, ma di settant’anni fa, sono certamente enormi. C’è tuttavia qualcosa che può accomunare queste esperienze? C’è qualcosa che accomuna tutte le esperienze di emigrazione?

Sicuramente la speranza di trovare una situazione migliore per sé e per la propria famiglia, in generale. Ma io ritengo, anche la possibilità di sognare. In Italia abbiamo smesso di sognare. La maggioranza dei giovani che io incontro nelle scuole e nelle università non sogna più, non ha aspirazioni alte, ma spesso rinuncia a priori, ritenendo di “non poterci arrivare”. Io invece sono un sognatore; quotidianamente ho bisogno di credere nei sogni. Io vivo dei miei sogni: i miei sogni sono la mia energia e non smetterò mai di sognare.

Che cosa pensa Luca Vullo dei flussi migratori che portano ogni anno verso l’Europa e anche verso l’Italia centinaia di migliaia di profughi e cittadini di paesi poveri in cerca di condizioni di vita migliori?

La situazione è agghiacciante e tristissima, delicatissima. Empaticamente già mi impressionava vedere come venivano trattati i minatori siciliani all’estero, che pure erano italiani e andavano a lavorare, avevano un contratto di lavoro, erano parte di un’”emigrazione lavorativa”. Qui invece è gente che scappa dalla morte.

Se cerco anche solo di immedesimarmi in quella situazione, mi sento male, e mi sento un privilegiato: sono un privilegiato, siamo privilegiati. E quindi mi fa rabbia e tristezza quando vedo affrontare queste problematiche in modo così cinicamente metodico, nella gestione degli spostamenti ad esempio, senza considerare l’aspetto umano.

Stiamo parlando di famiglie e bambini, di gente come tutti noi, che hanno avuto la sfortuna di trovarsi a vivere in luoghi della Terra in cui non si può vivere normalmente. Se ognuno di noi pensasse a questo, sicuramente l’approccio cambierebbe. Invece, purtroppo, si va sempre più verso un protezionismo “ignorante” dal punto di vista emotivo e non solo sociologico o antropologico, politico o geopolitico. Secondo me l’immedesimazione e l’empatia sono due elementi che potrebbero aiutare molto a ragionare e a comprendere.

Un’ultima domanda: quali sono i tuoi prossimi progetti come regista? Il tema dell’emigrazione merita ancora la tua attenzione?

Sicuramente in tutti i paesi dove vado mi vengono dati degli stimoli per progettare un altro film sull’emigrazione: America, Germania, perfino l’Australia. Io non escludo la possibilità di farlo, perché il tema comunque mi interessa  e potrei trovare un altro taglio di racconto dell’emigrazione, diverso da quelli che ho utilizzato finora. Non é però la mia priorità, perché anch’io ho bisogno, come artista, di staccarmi ogni tanto da un tema che ho già raccontato, per fare qualcos’altro, per affrontare nuovi soggetti.

Io ho molti interessi, molte cose che mi affascinano; ho una “cartucciera di idee”, e devo capire quale cartuccia utilizzare per prima. Di sicuro voglio produrre  il mio primo film di fiction, che spero possa vedere la luce tra il 2017 e il 2018.

Quest’anno, invece, sarà per me un anno sabatico per quanto riguarda la produzione: voglio dedicarmi ai miei spettacoli e alle mie lezioni nel mondo sulla gestualità italiana, poi promuovere “Influx”, che è il mio ultimo documentario, e “scrivere” nel frattempo “la nuova idea”. Così, fino a dicembre sicuramente non lavorerò a riprese, immagini e produzioni cinematografiche.

          

 

 

 

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