La mafia nella letteratura e nel cinema

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Data: 2016-06-10 00:00

Serata di grandissimo interesse e partecipazione quella di venerdì 10 giugno presso la Garden Tower di Francoforte. La sala è gremita e attentissima alle parole di Nando dalla Chiesa, forse il più grande esperto di mafia oggi in Italia (1). Il tema è particolare: la rappresentazione del fenomeno mafioso nella letteratura e nel cinema. Ma proprio questo taglio, apparentemente così specifico, è quello che consentirà all’oratore di disvelare quanto di  vero e di falso ci sia in un immaginario collettivo che a volte pensa alla “mafia” in modo condizionato, non di rado distorto. Perché, se la rappresentazione della criminalità organizzata giunge tardiva nelle pagine di scrittori e letterati siciliani, ben più rapida è l’immagine diffusa che lei stessa, la mafia, è stata in grado di dare di sé, addolcita di qualità e stereotipi  del tutto falsi, non di rado con la connivenza complice dei poteri forti, economici e politici.

Ma riprendiamo il discorso del professor dalla Chiesa. Dalla metà dell’Ottocento ad oggi, è lungo l’elenco degli scrittori siciliani che, pur prodighi nella produzione artistica e attenti alla realtà della loro terra, non hanno mai affrontato il tema della mafia. Tra i più famosi si possono citare Verga, Capuana, Pirandello, Vittorini, Tomasi di Lampedusa. E’ come se prevalesse in loro una sorta di volontaria rimozione di questo fenomeno, preferendo forse accreditarsi  al pubblico in una dimensione più nazionale e/o cosmopolita, meno provinciale. Ma lo stesso succede anche per molti scrittori più recenti e contemporanei, fino ad arrivare, per fare un esempio importante, a Camilleri. Scelte pienamente legittime, che tuttavia hanno prodotto una conseguenza anche sulle arti visive, e in primo luogo sul cinema: proprio l’assenza di importanti riferimenti letterari ha fatto sì che pochi fossero i film italiani, di significativa rilevanza artistica, sulla mafia.

Per trovare scrittori di fama che hanno invece affrontato il tema della mafia in modo diretto e coraggioso, dobbiamo arrivare a Leonardo Sciascia. E’ il 1961 quando viene pubblicato “Il giorno della civetta”, su cui lo stesso autore commenterà di non averlo potuto scrivere con animo del tutto sereno e privo da condizionamenti culturali. Seguiranno, più tardi, altri scrittori come Consolo e Giuseppe Fava. Sul versante della camorra campana, naturalmente è oggi d’obbligo citare Saviano e il suo “Gomorra”.

Ma tornando alla mafia, è proprio “Il giorno della civetta” il primo film importante a portare sul grande schermo la realtà della criminalità siciliana; siamo nel 1968, con la regia di Damiano Damiani. Poi, dopo alcuni anni il grande evento: Il Padrino di Francis Ford Coppola, con un cast eccezionale. Su questo film il professor dalla Chiesa si sofferma in modo particolare. E’ vero che la vicenda narrata riguarda la mafia siciliana d’America, ma per la prima volta la rappresentazione della figura del mafioso, dei suoi interessi dominanti, dei suoi legami familiari, del suo orizzonte pseudo-etico, così come la sua feroce violenza, la disponibilità al tradimento della parola data, le connivenze e infiltrazioni nel mondo politico ed economico sono rivelate al pubblico senza reticenze, con chiarezza. Insiste il professor dalla Chiesa: quella rappresentata nel film “Il Padrino” è la vera mafia e la figura di Vito Corleone è l’immagine del vero mafioso siciliano; la fiction rappresenta con lucidità e precisione una realtà sociale, culturale e perfino psicologica: il dramma della mafia contemporanea, quella viva e presente in Sicilia, in Italia, in America e, oggi, pronta a radicarsi negli stati europei  (Germania compresa),  con i suoi capitali e con i suoi uomini.  

Altri film seguiranno queste orme, ma ancora una volta saranno pochi quelli destinati ad un largo pubblico e prodotti con grandi vuoti temporali tra l’uno e l’altro. Citando solo i più importanti ricordiamo “I cento passi”, film del 2000 diretto da Marco Tullio Giordana, dedicato alla vita e all'omicidio di Peppino Impastato, giovane di Cinisi impegnato nella lotta alla mafia nella sua terra, in particolare contro il boss mafioso Gaetano Badalamenti; poi “Gomorra”, del 2008, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, con la regia di Matteo Garrone; “La mafia uccide solo d’estate” (2013) di Pierfrancesco Diliberto, meglio conosciuto come Pif. Questi i principali film che danno conto non solo di vicende specifiche, ma sanno offrire anche un quadro d’insieme del fenomeno mafioso.

Altri film e fiction televisive degli ultimi decenni assumeranno invece il carattere di “ballate”, come ama chiamarli il professor Dalla Chiesa, cioè narrazioni quasi apologetiche delle figure di giudici o poliziotti coraggiosamente espostisi contro la mafia e spesso uccisi per il loro coraggio. Un esempio per tutti “Il giudice ragazzino” del 1994, diretto da Alessandro Di Robilant su un soggetto dello stesso Nando dalla Chiesa, film che narra la vita del giudice siciliano Rosario Livatino, soprannominato Il giudice ragazzino per la sua giovane età, dall'ingresso in magistratura al suo impegno nella lotta alla mafia, fino all'assassinio avvenuto il 21 settembre 1990.

Ma qual è il significato che il professor dalla Chiesa, anche con questa conferenza a Francoforte, vuole dare alle ricerche e riflessioni su mafia, letteratura e arti visive? Il senso sta in un fil rouge che percorre il suo intero discorso, emergendo di tanto in tanto e infondendogli anche la valenza di richiamo all’impegno civile di ciascuno, indispensabile per battere la piaga della mafia e, più in generale di tutta la criminalità organizzata. La letteratura, i film, le fiction televisive, quando propongono il vero volto della mafia e del mafioso, fanno opera di verità e smantellano false idee, pregiudizi, illusioni, in poche parole quell’immagine di sé che la mafia stessa vorrebbe dare e che troppo spesso ha fatto breccia nelle convinzioni e nei luoghi comuni radicati nelle menti di molti. Vale a dire che la mafia in fondo “non esiste”, non almeno con i connotati drammatici con cui viene a volte presentata; se poi esiste un fenomeno mafioso, è per lo più relegato nei paesi e nelle periferie cittadine della Sicilia più retrograda; e spesso la mafia aiuta i cittadini più poveri a trovare lavoro, oppure li difende dai soprusi e dalle angherie del potere statale, o dalle vessazioni dei prepotenti; e, per finire, il cosiddetto mafioso, in fondo è un uomo d’onore, tiene fede alla parola data, crede nella famiglia, è religioso e legato alla tradizione. Nulla di più falso, nulla di più arbitrario: la mafia invece esiste, è violenta e gestisce i traffici della morte (droga, armi); non è affatto relegata nell’isola siciliana, ma ha agganci e legami internazionali diffusi e capillari e tende ad espandere i suoi interessi ovunque; dove domina incontrastata, la povertà sociale è grande; non è ispirata da ideali di giustizia, al più di vendetta; e il mafioso, tutt’altro che fedele alla parola data, tradisce senza scrupolo ed è ossessionato dalla possibilità di essere tradito; la sua moralità, infine, non è che di facciata, a solo uso del pubblico “rispetto”.

Questo, concludendo, il senso profondo di una ricerca e del messaggio che uno dei più grandi esponenti italiani del movimento di lotta contro le mafie, Nando dalla Chiesa, ha voluto portare anche agli italiani di questa città, ospite graditissimo di Italia Francoforte Altrove, che ha promosso questa iniziativa con il patrocinio del locale Consolato Generale d’Italia.

  • Nando dalla Chiesa, docente universitario, sociologo, scrittore e politico, è il fondatore in Italia della maggiore scuola accademica in materia di criminalità organizzata: ha creato a Milano, nell’Università degli Studi, un centro di alta specializzazione che coniuga i saperi sociologici, giuridici, mediatici e forma specialisti in grado di operare nel contrasto alle mafie nei più diversi contesti internazionali. È il figlio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso dalla mafia il 3 settembre 1982.